martedì 12 luglio 2011

Un libro inesistente primo in classifica su Amazon



Come costruire il successo di un libro, seppur ancora non scritto, nel 2011? Semplice, basta avere 1 milione e centomila fan su Twitter, 526mila followers su YouTube, 62mila amici su Facebook, 60mila compagni di discussione su Nerdfighters.com, 27mila followers su Yourpants.org e 26mila fratelli su Tumblir.

A quel punto basta un semplice messaggio: "Ecco il titolo del mio nuovo libro. Firmerò tutte le preordinazioni". Bingo. Il miracolo è compiuto. Lo scorso martedì, dopo poche ore dall'annuncio, il libro fantasma era primo in classifica su Amazon.

 L'autore del libro in questione è John Green, scrittore americano di libri per ragazzi dal discreto successo. Questo ragazzo di 33 anni, vero e proprio cultore del web, ha deciso di dimostrare al mondo che il futuro dei libri non passa solo attraverso gli e-book o le librerie virtuali. La vera scommessa di Green consiste nell'evidenziare che l'unico strumento di promozione di un libro, che possa superare la crisi dell'editoria, è il Social Network. Esso è capace di portare ai vertici delle classifiche mondiali un libro che non esiste e di cui si conosce a malapena un abstract della trama.

L'incredibile successo di "The fault in our stars", titolo del libro ancora da scrivere, è merito dell'intuzione di Green che ha reso il suo "libro del futuro" un best seller prima ancora di scriverlo. Così, lo stesso martedì sera, dopo aver scalato la classifica di Amazon il libro si trovò al primo posto anche su Barnes&Nobles, la catena libraria più vasta d'America.

La popolarità di Joh Green, più che dalla pubblicazione dei suoi libri, deriva da un esperimento che impazzò sul web per diverso tempo, il celeberrimo  Brotherhood 2.0. Green, per circa un anno, parlò con suo fratello soltanto tramite Videoblog rinunciando alla comunicazione testuale. L'esperimento destò la curiosità di migliaia di persone che affollarono il sito generando un traffico smisurato e portando alla ribalta del web il pioniere John.

Nel frattempo il libro continua a rimanere in testa alla classifica di Amazon da una settimana e al Wall Street Journal lo scrittore ha detto: "(...) il trionfo del passaparola sul web è la prova definitiva che la via per uscire dalla crisi passa, anche qui (riferendosi all'editoria), dal social network". Probabilmente, ora che si è assicurato che il suo libro diverrà con matematica certezza un best seller, John Green si metterà a scriverlo.

Ora, se la vicenda non fa una grinza dal punto di vista del web marketing editoriale e diverrà sicuramente caso di studio per gli esperti del settore, da un punto di vista etico-letterario la vicenda causa un vero e proprio terremoto per i puristi, gli intellettuali o, semplicemente, per gli amanti della buona letteratura. Infatti, se da un lato il web permette di dare nuova linfa si sistemi dell'editoria, dall'altro si perde totalmente il senso dello scrivere un libro, ovvero fare cultura e regalare sogni e conoscenza ai lettori.

Per fare di un libro un best seller, di solito, interviene un passaparola di tipo cosciente e provocato da coloro che il libro l'hanno letto e apprezzato e, successivamente, consigliato. In questo caso lo schema è perfettamente all'inverso: il passaparola si sviluppa sulla base della notorietà dell'autore sul web la cui immagine diventa essa stessa garanzia di qualità giustificandone addirittura un "word of mouth" di massa prima ancora che il testo sia scritto.

Un vero e proprio paradosso del web. Forse questo dimostra che il web, come tutti i canali di comunicazione, va mediato e gestito in alcune sue sfaccettature o semplicemente l'attenzione dell'umanità sta virando nettamente dalla preferenza per la qualità dell'elaborato alla preferenza dell'innovazione promozionale? La notorietà sul web dell'autore diventerà garanzia di vendita di un libro o è solo una eccezione destinata a diventare un "caso"? Staremo a vedere.

Ora, per tutti coloro che hanno acquistato il libro al buio, quasi come fossero in una partita di poker, ritenendo superflua la lettura di almeno qualche pagina, e per la Pearson, casa editrice dell'autore, speriamo che John Green faccia un buon lavoro e il suo racconto (dovrebbe essere una storia strappalacrime di due malati terminali) sia avvincente come ha promesso ai suoi fan. D'altronde, se quasi due milioni di persone sono disposte ad acquistare un libro che non esiste sono pronto a scommetterci che non impiegherebbero più tempo a decretarne la "morte" editoriale se questo non rispondesse alle aspettative. Si chiama "rise and fall" ed ormai è un'altra prerogativa del web.


lunedì 11 luglio 2011

In Corea a scuola solo con gli e-book entro il 2015


Mentre in quasi tutti gli stati del mondo gli e-book non decollano, eccezion fatta per gli USA in cui i libri digitali vantano una quota del 10% sul totale del mercato editoriale, la Corea del Sud rompe gli schemi e annuncia una vera e propria rivoluzione che partirà obbligatoriamente dai più giovani.

Il ministro dell'educazione sudcoreano Ju-ho Lee ha annunciato che entro il 2015 verranno completamente eliminati i libri scolastici tradizionali e sostituiti dagli e-book. La cifra stanziata dal governo sud coreano equivale a circa 1 miliardo e 600 milioni di euro e prevede la digitalizzazione di tutti i volumi per le scuole e i licei.

Per gli studenti provenienti da famiglie meno abbienti la manovra prevede la fornitura di tablet gratuiti, oltre alla creazione di un network cloud che permetterà ad ogni studente di leggere qualsivoglia testo anche comodamente da casa laddove impossibilitato a raggiungere la scuola per qualsiasi motivo. Basterà una semplice connessione a internet e il gioco sarà fatto. Inoltre, per permettere agli studenti di connettersi al web e poter leggere i testi durante le ore di lezione, tutti gli istituti scolastici verranno attrezzati con punti di accesso wi-fi.

Una vera innovazione che parte dai giovani studenti sud coreani, i più ricettivi verso l'apprendimento tramite computer secondo l'Organisation for Economic Cooperation and Development. L'innovazione sarà a pieno regime entro il 2015 in quanto, secondo le stime del governo sud coreano, in 4 anni l'80% della popolazione possederà un dispositivo smart.

Considerando che la Corea del Sud è la patria di giganti dell'elettronica come Samsung e LG, il piano non assume le sembianze di un fulmine a ciel sereno ma piuttosto di una naturale evoluzione dello sviluppo digitale di un paese già pioniere in tal senso. La cosa che invece meraviglia, in senso positivo, è come l'innovazione digitale possa facilmente migliorare le opportunità e le condizioni di studio di qualsiasi studente, ricco o povero che sia, senza alcuna distinzione.

Allora, ci si potrebbe chiedere, perché ci sia tanta difficoltà nel ridurre, almeno in parte, lo spreco di carta per adottare uno strumento smart, ecologico, pulito e profondamente egualitario. Per guardare al nostro paese, siamo certi che le case editrici non ne sarebbero contente e lo dimostra il fatto che in Italia la quota degli e-book rappresenta lo 0,1% del totale. Lobby o mera resistenza all'innovazione? Forse, se guardiamo a ciò che sta accadendo in ambito carburanti, potremmo trovare un interessante parallelo.

Ad ogni modo, non chiedete ad un editore perché preferisce stampare su carta anziché pubblicare su un monitor, vi risponderà "La carta si legge meglio e aiuta la concentrazione".


venerdì 8 luglio 2011

La laurea rischia di perdere il suo valore legale


Ormai, nel nome di una quantomai complessa e fantomatica liberalizzazione, i nostri politici non sanno più cosa inventarsi. Ecco che, anche questa volta, si guarda all'esempio statunitense, ovvero creare un "rating" degli atenei italiani dando ad ogni laurea un valore differente a seconda di dove sia stata conseguita.

Permettetemi di dirlo, un vero e proprio inno alla disuguaglianza economico-sociale.

Molte proposte di legge sono già state fatte dal centrodestra e in Senato è stata avviata un'indagine conoscitiva circa gli "effetti connessi all'eventuale abolizione del valore legale del diploma di laurea". Sono certo non ci voglia un indovino per prevedere gli effetti di una manovra politica atta a distruggere il principio di uguaglianza che vige alla base del conseguimento di una laurea, a prescindere dall'ateneo in cui questa sia ottenuta. Ma andiamo con ordine.

Il mondo economico e Confindustria in primis, guarda caso, ritiene che il valore legale che la Repubblica Italiana riconosce al titolo di studio accademico sia obsoleto in quanto il tutto si limita ad un uso formalistico di questo, ottenendo spesso risultati opposti a quelli che, inizialmente, erano nelle intenzioni del legislatore. Il valore legale della laurea, infatti, nasce per le imprese e il settore pubblico che, assumendo laureati, sarebbero stati garantiti sulla qualità delle competenze degli assunti, andando così a costituire un vero e proprio marchio di qualità concesso dallo Stato alle università.

Secondo Confindustria abrogare il valore legale della laurea corrisponderebbe a liberalizzare la formazione universitaria, rendendo il mercato il vero regolatore del valore, sostanziale e non formale, dei titoli rilasciati. Alla luce di questo, si può velocemente dedurre che, in caso passi l'abrogazione del valore legale della laurea, chiunque potrebbe decidere di istituire una università e chiunque potrebbe decidere di sostenere esami di abilitazione professionale come medico o avvocato pur avendo fatto un percorso di studi in Agraria ad esempio.

L'intero mondo accademico, coadiuvato dagli ordini professionali, manifesta forti perplessità relativamente alla questione. Anche se bisogna impegnarsi sempre più contro le caste e le raccomandazioni e valorizzare realmente solo i laureati meritevoli, il mondo accademico ritiene che l'abolizione del valore legale della laurea non sia una soluzione pensabile. Così come diversi ordini professionali difendono il valore legale della laurea in quanto certificazione comprovante della fine di un percorso formativo compiuto secondo la normativa vigente e garanzia di tutela del pubblico interesse.

Da parte sua, il neoeletto presidente dei giovani industriali, Jacopo Morelli, ha tuonato dalle pagine di un quotidiano affermando: "La prima cosa che chiederemo è l'abolizione del valore legale del titolo di studio". Forse farebbe meglio a pensare ad  un piano strategico per ampliare le opportunità dei giovani di imprendere in un mercato come quello italiano, estremamente clientelare e puntellato da oligopoli di ogni tipo.

Per concludere, ancora un volta, c'è chi vuole fare dell'Italia una fotocopia dell'America, dimenticando che nel nostro paese non vi sono nemmeno i presupposti minimi per avvicinarci al solo concetto di liberalizzazione che hanno negli USA. Lo stesso rating degli atenei, cosa perfettamente funzionante oltreoceano, da noi diverrebbe la solita barzelletta, dove la maggior parte degli atenei del centro-sud, per buona pace di quelli romani, si svuoterebbero completamente fino a chiudere e le "solite e rinomate" università private, per lo più milanesi, accrescerebbero drasticamente il proprio bottino fino a tentare di quotarsi in borsa.

Così, chi può si laurea col massimo rating e trova lavoro e chi non può si accontenta di un ateneo qualunque e non lavora. Premesso che l'equazione "università privata = preparazione" è stata depennata da un pezzo dato che anche uno stolto, se ha la possibilità economica, può laurearsi alla Bocconi seppur con il minimo, e che un tale scenario non abolirebbe certamente il clientelismo e la raccomandazione, allora, ditemi, cosa cambierebbe?

Sarà l'ennesimo capriccio del centrodestra per accontentare una parte dei suoi elettori oppure c'è "qualcuno" o "qualcosa" che tira l'orlo delle vesti politiche verso una competitività che, per l'ennesima volta, dovrebbe essere ottenuta a discapito del povero giovane universitario dal futuro sempre più incerto?


mercoledì 6 luglio 2011

Twitter protagonista della campagna elettorale USA 2012. Obama fa le prove


Gli USA hanno da sempre fatto scuola in materia di comunicazione politica, sia in campagna elettorale sia durante un governo. Tutto ciò che i politici italiani, ad esempio, utilizzano in termini di tecniche e armi comunicative sono state mutuate nel tempo dai loro colleghi americani.

Con l'attuale presidente Barak Obama, Washington ha forse toccato l'apice tecnologico in materia di comunicazione politica. Infatti, il leader statunitense ha dimostrato sin da subito una grande capacità di sperimentare ed utilizzare al meglio il potenziale comunicativo del web e dei social network, strumento prediletto dalla stragrande maggioranza dei giovani ad una tradizionale informativa politica. Grazie alle sue capacità di "utente", Obama è riuscito a comunicare con target considerati da sempre difficilmente raggiungibili quali sono i giovani sotto i 30 anni.

Esemplare e vincente è stata la creazione e l'utilizzo di un profilo personale su Facebook in occasione dell'ultima campagna elettorale che ha consegnato alla stampa e all'opinione pubblica l'immagine di un politico fresco, innovativo, vicino ai giovani e al passo con i tempi. Adesso, dopo internet e Facebook, la vera novità della prossima campagna presidenziale del 2012 sembrerebbe essere il social network Twitter.

Ad aprire le danze è stato lo stesso Obama che già dalla scorsa settimana ha iniziato (o chi per lui) a inviare dei tweet attraverso il proprio account firmato "BO". Inoltre, alle 14 odierne, ora di Washington, il presidente degli USA terrà per la prima volta una "town hall", l'incontro con la cittadinanza peculiarità della politica americana, sulla piazza virtuale di Twitter. Per anticipare l'evento, che avrà come argomento l'Economia e il Lavoro, argomenti molto cari ai giovani, è stato aperto un indirizzo pubblico askobama.twitter.com a cui i cittadini, da circa una settimana, hanno inviato domande al presidente. A regolare il dibattito e il flusso delle domande sul social network interverrà il co-fondatore di Twitter, Jack Dorsey. Obama farà il resto.

C'è da scommetterci che se un leader e un innovatore come Obama ha iniziato ad utilizzare Twitter, la prossima campagna elettorale del 2012 si giocherà lì. D'altronde, Obama è divenuto un vero e proprio mito, spesso emulato da tanti altri politici in tutto il mondo. Come dire, Obama va di moda e con lui tutto ciò che fa, social network inclusi.

Videochiamata su Facebook? Oggi ce lo dirà Zuckerberg


Se son rose fioriranno. Da quando Mark Zuckerberg, pochi giorni fa, ha parlato di qualcosa di incredibile alla quale il suo team stava lavorando per migliorare Facebook il web è letteralmente impazzito.

Alle 18 di oggi questa "incredibile evoluzione" del Social Network dovrebbe essere ufficializzata grazie ad una conferenza del suo creatore che dovrebbe porre fine alle ipotesi lanciate sul web negli ultimi giorni. Fra le più accreditate vi è sicuramente l'implementazione della videochiamata, la quale corrisponderebbe ad una sorta di risposta a quanto ha appena fatto Google con il suo social network sperimentale Google+.

Ciò che ha incuriosito maggiormente gli addetti ai lavori è se Facebook abbia sviluppato la nuova funzionalità internamente o se abbia stipulato un accordo con Microsoft, che ha appena acquisito Skype, per la realizzazione di questa. Infatti, se la mossa fosse la seconda, si prospetterebbe una vera e propria battaglia (ancora una volta) fra colossi dove, da una parte c'è Google che cerca di contrastare Zuckerberg sul suo stesso campo, e dall'altra c'è il miliardario ideatore di Facebook che sceglie la potentissima Microsoft per "coprirsi le spalle".

Oltre a questa, esistono altre due ipotesi che circolano in rete nelle ultime ore. Si sospetta che durante la prossima conferenza il social network di Palo Alto annunci il rilascio dell'applicazione ufficiale di Facebook per iPad e un servizio aggiuntivo di photo-sharing per palmari.

Manca poco e vedremo. Stay tuned!


...e in Gran Bretagna inizia la lotteria della fertilità


Risale solo a qualche giorno fa la notizia, data su questo blog, relativa all'iniziativa dello stato indiano del Rajasthan, il quale ha indetto una lotteria per limitare le nascite offrendo la possibilità a tutti coloro (maschi e femmine) che accetteranno di sterilizzarsi di partecipare all'estrazione di auto, moto o elettrodomestici di vario tipo.

Notizia di oggi, in Inghilterra sta accadendo la medesima cosa, soltanto che anziché incentivare la sterilizzazione e la conseguente limitazione delle nascite, un'Associazione britannica, la "To Hatch", su autorizzazione della Gambling Commission di Londra,  ha lanciato una lotteria con l'obiettivo di incentivare la fertilità e dove chi vince ha diritto a ricevere cure mediche e a soggiornare in hotel di lusso.

Il nome del nuovo gioco che partirà il prossimo 30 luglio è "IVF lottery" ed è stato creato per aiutare le coppie che non riescono a concepire un bambino per problemi di fertilità. Il funzionamento prevede la vendita di biglietti dal costo di 20 sterline l'uno che potranno essere acquistati on line, in edicola o in altri centri autorizzati. L'estrazione, che inizialmente sarà mensile per poi diventare bisettimanale, decreterà un vincitore che avrà diritto, insieme al partner, ad un pacchetto di cure per la fertilità, al soggiorno in un hotel di lusso e ad un autista per il tragitto dall'albergo al centro medico, per un valore complessivo di 25mila sterline.

La lotteria, nelle intenzioni dell'associazione "To Hatch" che supporta le aspiranti mamme e gli aspiranti papà ad avere un figlio, dovrebbe aiutare le giovani coppie britanniche a procreare. Per tale motivo, pur essendo la lotteria aperta a chiunque, nel caso dovesse vincere un single, un anziano o un omosessuale, il vincitore sarà invitato a cedere il biglietto ad amici o familiari che rientrano nel target della lotteria.

Nonostante le proteste di chi vede nella "IVF lottery" una mercificazione della maternità e della paternità, i responsabili "To Hatch" difendono la lotteria sostenendo che essa, a causa dei tagli dell'austerità alla sanità pubblica britannica la quale non è più in grado di garantire il suo sostegno alle coppie che soffrono di infertilità, risulterà essere un modo per tenere viva la speranza delle giovani coppie che non hanno la possibilità economica di potersi permettere delle cure private.

Così come in India, anche l'Inghilterra ricorre alla via della speranza per invogliare le persone a partecipare ad una lotteria dalle scarsissime probabilità di vincita. La differenza è che in India si paga con l'accettazione dell'infertilità mentre in Inghilterra si paga per combatterla. É davvero paradossale come le culture e le necessità di due stati siano così diametralmente opposte ma, allo stesso tempo, essi utilizzino la medesima arma illusoria della speranza per ottenere il consenso del proprio popolo.

Considerando che il nostro stato è a crescita zero e uno dei più vecchi al mondo, resta solo da attendere che qualche esponente del nostro governo ripristini gli incentivi di epoca fascista per invogliare le persone a procreare. Anche perché nel nostro paese il problema dell'infertilità è ben poca cosa rispetto al problema della precarietà, della disoccupazione e delle conseguenti difficoltà economiche che impediscono alla stragrande maggioranza dei giovani di trovare anche "solo" il coraggio di mettere al mondo un figlio.


lunedì 4 luglio 2011

Annuncia per errore un party su Facebook e arrivano in 1.600


Potenza dei social network, o meglio, del "Social Network", Facebook. Se è diventata consuetudine utilizzarlo praticamente per qualsiasi cosa, dalla condivisione di foto alle informazioni, da una semplice chiacchierata fino ad un invito ad un compleanno, è bene per ogni utente monitorare attentamente i destinatari dei propri messaggi. Questo perché la quantità di amici che ognuno possiede è direttamente proporzionale al disastro che si otterrebbe se un invito diretto a pochi si estendesse casualmente a tutti.

Lo prova quanto è accaduto a Thessa, una ragazzina tedesca di 16 anni che, non più tardi di qualche settimana fa, aveva pubblicato su Facebook un invito al proprio party di compleanno dimenticando di rendere l'evento privato. Per questo motivo si è ritrovata la bellezza di 1.600 persone sotto casa che inneggiavano ad un party che, chiaramente, non era destinato a loro, almeno nelle intenzioni. Il risultato è stato un intero quartiere bloccato, un centinaio di poliziotti intervenuti per sedare i più facinorosi, qualche ferito e danni ai giardini pubblici.

La Germania non è nuova ad accadimenti del genere. I "party di Facebook" sono molto diffusi negli stati federati, tanto che i ministri dell'interno all'unisono hanno dato l'allarme sull'intensificarsi di enormi assembramenti di persone a seguito di party organizzati tramite il social network. Tale fenomeno provoca  diversi problemi alle forze dell'ordine che spesso, a causa della mole dei gruppi, si trovano costrette a dover intervenire in forze e non senza correre rischi.

Lo scorso mese aprile un avvenimento del genere si è avuto in un'altra cittadina tedesca dove, a seguito di un "party di Facebook" di 800 "amici", sono state ferite 16 persone e 41 fermate dalla polizia. Un vero e proprio bollettino di guerra per un semplice party.

Forse, in occasione della propria festa, sarebbe meglio invitare i "veri amici" alla vecchia maniera, di persona.